"Effetto Rosa" al Convitto "G.B. Vico": Storia, tradizione del Giro d'Italia a Chieti

Il Vico in Rosa


C’è una città che il ciclismo lo conosce da più di un secolo. Chieti era già lì, con le sue strade e le sue istituzioni, quando nel 1909 la Gazzetta dello Sport lanciò al mondo il “Giro d’Italia in bicicletta”. La seconda tappa di quella prima edizione leggendaria — la Bologna-Chieti, quattrocento chilometri su strade che nulla avevano a che fare con quelle di oggi — portò il serpentone rosa a sfilare proprio sotto le finestre della nostra città.
Sabato 16 maggio 2026, con la partenza dell’ottava tappa da Chieti in direzione Fermo, questa fantastica storia si ripete.
È con questo spirito che lo scorso 17 aprile, presso il Convitto Nazionale “G. B. Vico” diretto dal Rettore Dirigente scolastico Paola Di Renzo, è stato presentato “Effetto Rosa, il libro che dà il via al ciclo di eventi “Vico in Rosa”, organizzato dalle docenti Martina Di Miero e Roberta Silvestri per accompagnare e anticipare l’arrivo della corsa in città. A presentare il libro i suoi autori, il giornalista Giuseppe Rendine, Maurizio Formichetti in rappresentanza dell’organizzazione del Giro d’Italia, e Ester Crocetta, illustratrice del volume e autrice della copertina.

Il rosa, una storia dentro la storia

Perché il titolo “Effetto Rosa”? La risposta è nel colore stesso, e nella storia sorprendente della sua origine. Nel 1899 la Gazzetta dello Sport adottò la carta rosa per stampare il giornale semplicemente perché costava meno. Una scelta economica che è diventata nel tempo il simbolo di un intero sport. Da allora il rosa ha colorato il ciclismo per oltre un secolo, dalla maglia del leader fino all’immaginario collettivo della corsa.
Ma il rosa porta con sé anche un’altra riflessione, che Ester Crocetta ha tradotto visivamente nella copertina del libro: un ciclista in maglia rosa che si alza sui pedali, con sullo sfondo la montagna innevata. “Abbiamo l’attitudine di associare questo colore al mondo femminile, alla parità di genere”, spiega l’illustratrice. “E poi osserviamo in copertina un ciclista con la maglia rosa: questo ci deve portare a riflettere”. Una copertina volutamente aperta, che invita il lettore a costruire la propria interpretazione, ad aprire la mente verso qualcosa che non è immediato.
Il tema delle donne nel ciclismo non è puramente ornamentale, c’è una storia vera e potente a sostenerlo: quella di Alfonsina Strada, che anni fa si iscrisse al Giro, gareggiò arrivando quasi ultima, e lo fece senza che nessuno ridesse di lei — anzi, con la simpatia del pubblico. L’anno successivo la partecipazione femminile fu ufficialmente vietata, ma lei continuò lo stesso, per anni, diventando un punto di identificazione per le donne e abbattendo un pregiudizio che sembrava invalicabile. Lo sport è anche questo: smontare muri creati dagli stereotipi.

Il Blockhaus e l’Abruzzo sul tetto del mondo

Nel 1967 gli organizzatori del Giro decisero di inserire, come ultima tappa, una salita di montagna capace di fare selezione. La scelta cadde sul Blockhaus, sulla Maiella. Una salita definita da Formichetti “terrificante e impegnativa al massimo”. A vincerla fu il belga Eddy Merckx, destinato a diventare leggenda. Da quel momento il Blockhaus è diventato un appuntamento ricorrente del Giro, con un impatto promozionale per l’Abruzzo che ha attraversato i decenni e continua ancora oggi.

Il ciclismo è uno sport di squadra

C’è un episodio del 2016 che Rendine ricorda per spiegare l’anima più profonda di questo sport. Il corridore Michele Scarponi era in fuga, in lotta per vincere la tappa. Ma il suo capitano, Vincenzo Nibali, era in difficoltà dietro di lui. Scarponi rallentò, mise il piede a terra e aspettò. Nibali rientrò, staccò gli avversari, vinse la tappa e poi il Giro. Un gesto di altruismo puro, in uno sport che molti immaginano come la più solitaria delle battaglie.
“Valori che vogliamo comunicare alla nostra città e alle giovani generazioni”, dice Rendine. Il senso civico si impara anche così, guardando qualcuno che rinuncia alla gloria personale per il bene comune. E la televisione — che la generazione di Rendine ha visto nascere — ha moltiplicato quel senso di appartenenza, permettendo di vedere in volto le persone che poi ti sarebbero passate sotto casa. “Era qualcosa di veramente romantico”, ricorda. Un romanticismo che, il 16 maggio, Chieti potrà tornare a vivere.